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Le riprese video sul luogo di lavoro, la loro liceità e la loro utilizzabilità in giudizio alla luce della recentissima sentenza della Cassazione n. 3122 del 2015

 

 

di G. Colaiacomo autore per Buzzelli Associati Studio Legale

 

 Una delle disposizioni meno note dello Statuto dei lavoratori prevede che è vietato l’uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell’attività dei lavoratori. Se tuttavia gli impianti e le apparecchiature di controllo siano richiesti da esigenze organizzative e produttive ovvero dalla sicurezza del lavoro, l’installazione è consentita, ma occorre il previo accordo tra il datore di lavoro e le organizzazioni sindacali. In caso di mancato accordo, le modalità di utilizzo di tali impianti vengono fissate dall’Ispettorato del lavoro (art. 4 l. 300/70).

Lo Statuto dei lavoratori ha, in sostanza, anticipato di diversi anni l’esordio, nel nostro ordinamento, delle norme a tutela della privacy, in questo caso limitate al particolare caso del lavoratore, che si è voluto esentare da forme di controllo continuo e oppressivo da parte del datore di lavoro.

In seguito, il testo unico sul trattamento dei dati personali ha ribadito tale tutela richiamando espressamente, nell’art. 114, il disposto dell’art. 4 dello Statuto dei lavoratori.

Il Garante della privacy ha applicato tali norme in modo alquanto rigido, stabilendo ad esempio che non è lecito installare telecamere che possano controllare i lavoratori, anche in aree e locali dove si trovino saltuariamente (cfr. Newsletter del Garante del 3.4.2009).

Ferme le esigenze di tutela della riservatezza (e della serenità) del lavoratore, però, le contrapposte esigenze di sicurezza del datore di lavoro non possono essere compresse oltre un certo limite, specialmente nel caso, non raro, in cui siano gli stessi lavoratori a mettere a repentaglio l’incolumità dei colleghi o l’integrità del patrimonio aziendale.

Il datore ha infatti il diritto, e a volte il dovere, di controllare anche a distanza i propri dipendenti laddove si tratti di verificare e reprimere loro comportamenti pregiudizievoli.

In giurisprudenza e dottrina si parla, in questi casi, di controllo difensivo, e si ritiene, in prevalenza, che esso esuli dall’applicazione dell’art. 4 Stat. Lav. Più in particolare, si è osservato in dottrina che i controlli difensivi diretti ad accertare condotte dei lavoratori consistenti in violazioni degli obblighi contrattuali debbano essere ricondotti nell’area dei controlli c.d. preterintenzionali di cui al secondo comma dell’art. 4 Stat. Lav.

La Cassazione, con la recentissima sentenza 3122 del 17 febbraio 2015, ha dato alcune indicazioni operative che possono guidare l’interprete nella necessaria distinzione tra controlli invasivi della privacy del lavoratore e controlli difensivi. Il caso affrontato riguardava il licenziamento di lavoratori ripresi, con telecamere apposte nel luogo di lavoro, a compiere atti di sottrazione di beni aziendali. La Cassazione ha distinto due ipotesi di controlli: a) i controlli destinati a verificare l’adempimento, da parte del lavoratore, dei suoi doveri contrattuali, soggetti alle norme dell’art. 4 Stat. Lav.; b) i controlli finalizzati a tutelare i beni e l’immagine aziendali, estranei al rapporto di lavoro, per i quali non operano le garanzie procedimentali stabilite dallo Statuto dei Lavoratori. Sono state quindi ritenute utilizzabili le riprese prodotte in giudizio dal datore di lavoro, e relative a comportamenti fraudolenti degli stessi in danno del datore di lavoro, con conseguenze rigetto delle impugnazioni proposte.

La Cassazione, che richiama un proprio precedente del 2011, ha posto un principio (e un punto fermo) importante sul difficile tema del confronto tra datori e dipendenti, che avrà probabilmente conseguenze future su casi analoghi relativi a fattispecie, sempre più frequenti, in cui il controllo non è rappresentato da riprese audiovisive, ma dall’intrusione nei sistemi informatici utilizzati dal dipendente.

Ciò che si è stabilito è infatti, in sostanza, che non ogni controllo che avvenga all’interno del luogo e del tempo di lavoro è rilevante ai fini dell’applicazione dello Statuto dei lavoratori. Vi è infatti un’area – costituita dagli illeciti penali – in cui il datore di lavoro cessa di essere tale, e diviene parte offesa del reato commesso dal dipendente infedele (che a sua volta, nel compiere il reato, si spoglia delle garanzie riservate al lavoratore dall’ordinamento). In quest’area va garantita la più ampia difesa all’imprenditore, che deve poter usufruire di tutte le difese tecnologiche disponibili.

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