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Autoriciclaggio: rischi di incriminazione e condotte prudenziali

 

 

di G. Petricca autore per Buzzelli Associati Studio Legale

 

Dopo un lungo e non poco travagliato iter è entrata in vigore, a partire dal primo gennaio 2015, la Legge n. 186 del 15 dicembre 2014, sulla cosiddetta voluntary disclosure.

Le finalità di contrasto all’evasione, che ispirano la procedura di voluntary disclosure, rivolta a incentivare l’emersione dei capitali detenuti all’estero, sono affidate, sul piano penale, al reato di “Autoriciclaggio”, previsto dal nuovo art. 648 ter 1 del codice penale, che costituisce, senza dubbio, una delle novità di maggior portata e rilievo della L.186/2014 e sulla quale, non a caso, si è più volte arenato il percorso parlamentare della legge.

La nuova norma prevede la pena della reclusione da due a otto anni e la multa da 5.000,00 a 25.000,00 Euro per «chiunque avendo commesso o concorso a commettere un delitto non colposo, impiega, sostituisce, trasferisce, in attività economiche, finanziarie, imprenditoriali o speculative, il denaro, i beni o le altre attività provenienti dalla commissione di tale delitto, in modo da ostacolare concretamente l’identificazione della loro provenienza delittuosa». L’entità della reclusione è diminuita (da 1 a 4 anni) nel caso in cui il denaro, i beni o le altre attività provengano dalla commissione di un delitto non colposo punito con la reclusione inferiore nel massimo a 5 anni (salvo l’ipotesi in cui tali delitti risultino aggravati dalle condizioni e dalle finalità mafiose di cui all’art 7 L. n. 203/1991, nel qual caso si applica comunque la pena più grave).

L’impianto normativo prevede, poi, una clausola di esclusione della punibilità (o meglio di esclusione della tipicità del fatto), secondo la quale, fuori dai casi che precedono, «non sono punibili le condotte per cui il denaro, i beni o le altre utilità vengono destinati alla mera utilizzazione o al godimento personale». Questa disposizione è stata inserita per contemperare, da un lato, l’improcrastinabile esigenza di introdurre nel nostro ordinamento un più efficace strumento di contrasto alle capacità di reinvestimento dei proventi delle organizzazioni criminali ed all’evasione fiscale e, dall’altro, l’esigenza di delimitare l’incriminazione solo per quelle condotte che frappongono reali ostacoli all’individuazione della provenienza illecita dei beni e delle altre utilità.

La causa di non punibilità, per come è stata formulata, è destinata tuttavia a sollevare notevoli dubbi in merito alla sua reale efficacia selettiva delle condotte penalmente rilevanti, soprattutto in riferimento ai proventi derivanti da determinate categorie di reati, in relazione ai quali la linea di confine tra l’utilizzazione-godimento personale e l’impiego-sostituzione-trasferimento penalmente rilevanti, è tutt’altro che ben delineata.

Sembra questo il caso dei proventi derivanti da reati tributari, per loro natura forieri di vantaggi in termini di fondi sottratti all’imposizione (nella duplice forma di risparmi d’imposta e di profitti occulti), la cui successiva gestione espone, nonostante la richiamata clausola di non punibilità, ad un elevatissimo rischio (prossimo alla certezza) di autoriciclaggio. Infatti, salvo l’improbabile ipotesi di conservazione dei proventi derivanti da illeciti tributari su conti propri, questi, o sono detenuti su rapporti in qualche modo “schermati” (con conseguente ostacolo alla loro individuazione e conseguente configurabilità dell’autoriciclaggio), o sono reimpiegati nel circuito economico per l’acquisto di altri beni. In tale caso, solo qualora il bene acquistato sia immediatamente riferibile “all’evasore” sarà certamente applicabile la causa di non punibilità, essendo evidente il godimento personale. Negli altri casi, come ad esempio l’intestazione o anche il mero conferimento del godimento del bene a un terzo, anche prossimo congiunto, si pone il problema di stabilire se sia configurabile un “impiego” o una “sostituzione” penalmente rilevante, o una “utilizzazione” o “godimento” personale non punibile. Il quesito non pare risolvibile sulla base della sola richiamata clausola di non punibilità e rinvia, inevitabilmente, alla definizione della nozione di «concreto ostacolo all’identificazione della provenienza delittuosa» che il nuovo art. 648 ter 1 pone come parametro di rilevanza della condotta di autoriciclaggio.

Ed allora, per comprendere a pieno quale potrà essere l’effettiva incidenza della nuova fattispecie, deve considerarsi che la giurisprudenza sulle “condotte di ostacolo”, formatasi con riferimento al reato riciclaggio, è estremamente rigorosa e ritiene, in sostanza, che per la configurabilità del reato non è necessario che il reimpiego presenti connotazioni dissimulatorie, essendo sufficiente che si determini anche solo un ritardo nell’identificazione della provenienza delittuosa.

Se queste sono le premesse, è prevedibile che la nuova fattispecie comporterà, soprattutto con riferimento ai reati presupposto di natura tributaria, un notevolissimo aumento delle incriminazioni per un reato sanzionato con pene edittali elevate e dai riflessi patrimoniali altrettanto severi. L’autoriciclaggio, infatti, è stato inserito tra i reati per i quali l’art. 648 quater c.p. prevede la confisca del prodotto o del profitto, anche per equivalente, in caso di condanna (o applicazione della pena su richiesta delle parti) e, conseguentemente, la possibilità di ricorrere al sequestro preventivo nel corso delle indagini.

Il potenziale aumento delle incriminazioni, peraltro, non riguarderà solo il versante penale, ma anche quello della responsabilità da reato degli Enti, considerato che un’ulteriore rilevante novità della Legge n. 186/2014 è stata quella dell’inserimento del reato di autoriciclaggio tra i reati presupposto per l’applicabilità dalla Legge 231 del 2001. Ciò comporta per gli Enti l’esigenza di aggiornare tempestivamente i modelli di organizzazione, con riferimento non soltanto al mero reato di autoriciclaggio, ma anche ai reati “fonte”, primi fra tutti i reati tributari, nonostante questi non siano ancora previsti quale presupposto per l’applicabilità della L. 231/2001.

Infatti, nel caso di illeciti tributari commessi a vantaggio dell’Ente, qualora i proventi conseguiti siano reimpiegati successivamente al primo gennaio 2015, risulterebbe configurabile il reato di autoriciclaggio e la conseguente responsabilità dell’Ente ai sensi della L. 231/2001.

 

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